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DPS e data certa: una annosa questione?

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Prendo spunto dal post  del collega di Blog Marcello Polacchini e soprattutto dai successivi commenti, tra i quali mi sono inserito anche io, per cercare di tirare le fila di questo discorso, visto che ho potuto leggere di tutto….

Come è stato ampiamente chiarito dall’articolo in questione, il dovere giuridico di avere la data certa sul DPS non esiste, in quanto era disposto solamente in occasione della applicazione di una norma transitoria.

Ben altro discorso è decidere se sia conveniente, soppesando pro e contro, avere una data certa su tale documento.

Partiamo dalla precisazione che attualmente è molto meno costoso e complicato apporre sottoscrizione e data certa al documento attraverso la utilizzazione della p.e.c. per quanto attiene la data certa, così come attraverso la marcatura temporale, mentre per la sottoscrizione dovremo utilizzare le “famose” smart card in dotazione praticamente ad ogni società, che apporranno una firma (sottoscrizione) digitale.

In caso contrario di spedizione a mezzo posta, dovrebbero timbro postale tutti i fogli spediti :-)

Cerchiamo, però, di ragionare su quali siano le conseguenze della mancata apposizione della data certa.

Se apponiamo la data certa, ovviamente il documento non potrà più essere modificato, per cui in caso di accertamenti successivi eventuali errori e/o “magagne” saranno cristallizzati, con tutte le conseguenze del caso.

Se non apponiamo la data certa, ma la circostanza che il documento fosse pronto alla data prevista dalla norma, certamente potremmo andare incontro a contestazioni, che però – rammento – devono sempre e comunque essere motivate ed argomentate, quindi non si tratta di semplici “opinioni”, ma di vere e proprie eccezioni in senso giuridico, di contestazioni formali e circostanziate.

Seguono il principio dell’onere della prova, chi accusa deve provare cosa pone a fondamento dell’accusa e chi si difende deve provare il contrario.

Mi sembra, inoltre, che nei commenti qualcuno abbia dimenticato che ogni consulente risponde secondo quanto previsto dal codice civile per l’attività svolta, il che a sua volta vuole dire che se il contratto si configura come un appalto di servizi seguirà le regole dell’appalto, mentre se si configura come una prestazione d’opera intellettuale, seguirà le regole previste per quest’ultima. Niente di nuovo, solo applicazione di vecchi principi alla luce delle disposizioni speciali del D.Lgs. n.196/2003 .

Anche se come spesso accade è il consulente a predisporre materialmente il DPS, questo è sempre e comunque un atto del titolare (che, ricordiamo, non è il legale rappresentante dell’Ente, ma è l’ente nel complesso); non si dovrebbe fare confusione, nel  rapporto di rappresentanza organica, tra soggetto persona fisica ed ente. Il primo esterna la volontà dell’Ente, ma non è l’ente medesimo.

Ovvio che anche il consulente possa rispondere, qualora venga provata la sua responsabilità, sia penalmente come soggetto che abbia concorso alla realizzazione del reato di omessa adozione delle misure di sicurezza, sia civilisticamente ex art.2050 c.c.; ma – come sempre accade – la catena della responsabilità sarà interrotta laddove il consulente potrà dimostrare di aver svolto il proprio lavoro in maniera corretta, e sia stato – appunto – il titolare ad aver commesso alcune omissioni.

In conclusione, se posso permettermi, ribadisco che sicuramente è una materia da trattare assolutamente senza sufficienza, effettivamente “pericolosa” in termini giuridici, (anche se sopratutto se la inseriamo, come dovrebbe essere, come una materia che dovrebbe andare di pari passo con l’applicazione del D.Lgs n.231/2001..ultimamente si sono potute leggere delle “belle” sentenze sulla responsabilità dei soggetti sottoposti al “controllo” da parte di altri…) ma questo non può esimerci dall’inquadrare tutta la materia come facente parte del corpus normativo esistente.

Insomma, è sicuramente una legge speciale rispetto ad altre, dovrebbe essere considerata come “jus superveniens” e molti problemi sarebbero superati (magari anche non prendendo come oro colato le affermazioni, variamente esternate, dall’Autorità Garante), ma rimane pur sempre una delle norme del corpus delle leggi italiane.

O no?